Il lungo viaggio verso…

Ho deciso di postare questo video perchè quando nella nostra scuola si parla di fare aikido si tende a ciò che è rappresentato in questo breve embukai.

La pulizia, l’eleganza, il senso del bello che traspare nei movimenti del Maestro Fujimoto e dei suoi uke sono le qualità che (magari invano) cerchiamo quotidianamente di fare nostre.

Il cammino è lungo, forse per molti la meta è irraggiungibile, di sicuro è comodo prendere strade più facili e molti lo fanno.

Altri si godono il percorso…

Fujimoto Sensei

Lunedì 20 Febbraio il Maestro Fujimoto è prematuramente venuto a mancare, con lui scompare un’epoca, una parte di noi che per 16 anni lo abbiamo seguito da vicino.

La cerimonia funebre è fissata per Venerdì 24 Febbraio alle 14.30 presso il cimitero di Lambrate (Milano).

Aikido agli istituti superiori, prove tecniche di dojo.

Una realtà assodata è che l’Aikido è semi sconosciuto, spesso la pratica è incompresa nei contenuti tecnici e nel messaggio filosofico, è compito degli insegnanti diffonderlo e farlo conoscere in tutti i modi.
Era il mese di Ottobre 2011 quando ho interpellato una professoressa di un liceo cittadino alle prese con una lezione di educazione fisica nei pressi dell’entrata del dojo proponendole dei cicli di quattro lezioni gratuite da svolgersi in dojo per introdurre e far conoscere l’aikido agli studenti, la collaborazione è stata ben accolta e questo mi ha portato a cercare contatti con altri istituti con risultati molto soddisfacenti.

Ho voluto coinvolgere le studentesse e gli studenti della scuola superiore in un esperimento che potesse essere di aiuto per me nello studio di un approccio  verso delle persone non particolarmente interessate alla disciplina e per loro nella conoscenza di un aspetto realistico di quelle che sono le arti marziali sopravvissute alla trasformazione in sport.

Il tempo a disposizione in questi casi è sempre poco, troppo poco anche solo per definire l’Aikido, l’unica via da seguire è provare a muoversi, fare un tentativo fisico di porre in atto delle tecniche , di volta in volta affiorano esempi e metafore che aiutano a capire meglio la natura della pratica di una delle più importanti e sfaccettate discipline marziali.

La sperimentazione continua e l’interessamento di altre professori fa ben sperare per il futuro, invito chiunque a mettersi in contatto con la nostra scuola se ci fosse la volontà ad aderire a questa iniziativa, di qualsiasi istituto si tratti.

Alla fine delle quattro lezioni l’unica cosa che chiedo agli studenti è un breve commento in calce a questo articolo, spero di riceverne e non solamente a favore.

C’è Aikido senza sacrificio?

Senza sacrificio manca il gusto della conquista.

Per poter veramente apprezzare ciò che facciamo sul tatami dobbiamo privarci dell’opportunità di fare qualcos’altro, quando la soddisfazione avrà sostituito il rimpianto per non aver potuto dire di sì a tutte le blandizie e gli inviti alla superficialità sapremo che abbiamo scelto il giusto.

Nel corso di una vita umana NON è possibile completare un percorso di conoscenza COMPLETA dell’aikido, figurarsi se è possibile andare oltre l’apparenza dividendoci in mille rivoli.

Con buona pace di chi crede nelle discipline che si “integrano”.

Gatti (vecchia ma sempre efficace storiella sulle arti marziali feline).

Duecento anni fa in Giappone, prima dell’epoca Meiji, un maestro di
kendo di nome Shoken era infastidito dalla presenza di un grosso topo
nella sua casa.
Tutte le notti un grosso topo penetrava nella casa del maestro,
impedendogli di dormire. Era costretto a riposare durante il giorno.
Andò allora da un amico che allevava gatti: «Prestami » gli chiese «il
più forte dei tuoi gatti». L’altro gli diede un gatto dei tetti, molto
rapido e abilissimo nel catturare topi; le sue unghie erano forti, i
suoi salti potenti! Ma quando entrò nell’alloggio, il topo lo affrontò e
lo vinse, mettendolo in fuga. Era un topo davvero misterioso. Il maestro
chiese allora in prestito un secondo gatto, di color fulvo, dotato di un
“ki” potentissimo e di un forte spirito combattivo. Entrò nella casa del
maestro e combatté, ma il topo ebbe la meglio e il gatto fuggì!
Stessa sorte ebbe un terzo gatto, di colore bianco e nero, e allora il
maestro Shoken se ne procurò un quarto, nero, vecchio,
intelligentissimo, ma meno forte degli altri, e se lo portò a casa.
Quando il topo lo vide, incominciò ad avvicinarsi per aggredirlo. Il
gatto si sedette, calmissimo, e restò immobile.
Il topo allora rimase perplesso, dubbioso, si avvicinò ancora e
repentinamente il gatto lo ghermì e l’uccise.
Shoken andò allora a consultare il suo amico e gli disse: «Ho spesso
inseguito questo topo con la mia spada di legno, ma ogni volta è stato
lui a graffiarmi. Come ha potuto questo vecchio gatto nero vincerlo?».
L’amico gli rispose: «Bisogna indire una riunione e interrogare i gatti.
Sarete voi a porre le domande, visto che siete un maestro di kendo. I
gatti sono esperti in arti marziali ».
Vi fu quindi un’assemblea di gatti presieduta da quello nero, che era il
più anziano. li gatto dei tetti disse: «lo sono il più forte ».
Quello nero allora gli chiese: «Perché dunque non hai vinto? ». «Sono il
più forte» rispose «e possiedo molte tecniche per catturare i topi, i
miei artigli sono micidiali e i miei salti potenti, ma quel topo non era
come gli altri ». li gatto nero dichiarò: «La tua forza e la tua tecnica
non potevano battere quel topo, anche se i tuoi poteri e il tuo “waza”
sono molto forti ».
Allora parlò il gatto tigrato: «Anch’io sono molto forte, alleno
incessantemente il mio “ki” e la mia respirazione attraverso zazen, e mi
nutro solo di verdure e zuppa di riso. Perché dunque non ho potuto
vincere quel topo?».
Il vecchio gatto nero gli rispose: «La tua attività e il tuo “ki” sono
forti, ma quel topo era al di là del “ki”. Se rimani attaccato al tuo
“ki”, esso diventa una forza vuota. Se il tuo “ki” è troppo intenso,
troppo repentino, sei sopraffatto dalla passione. Si potrebbe dire, ad
esempio, che la tua attività è paragonabile all’ acqua che esce da una
fontanella, mentre quella del topo è come un getto possente. Ecco perché
la forza del topo è superiore alla tua. La tua attività, pur essendo
forte, è debole, poiché hai un’ eccessiva fiducia in te stesso ».
Fu quindi il turno del gatto bianco e nero: non era particolarmente
forte, ma intelligente. Aveva raggiunto il satori. Aveva sperimentato
tutti i “waza” e praticava zazen, ma non era “mushotoku”, ossia senza
scopo né profitto, così aveva dovuto soccombere a sua volta.
Il gatto nero gli disse: «Sei molto intelligente e forte, ma non hai
potuto battere quel topo perché tu avevi uno scopo, e la sua intuizione
era più profonda della tua. Quando sei entrato, lui ha capito la tua
condizione mentale, per questo non hai potuto vincerlo.
Non hai saputo armonizzare tra loro la tua forza, la tua tecnica e la
tua coscienza, che sono rimaste separate anziché unificarsi. lo, invece,
in un solo istante, ho fuso queste tre facoltà inconsciamente,
naturalmente, e ho potuto uccidere il topo. Ma qui vicino, nel villaggio
accanto, conosco un gatto più forte di me. È molto vecchio e il suo pelo
è grigio. L’ho incontrato, e non sembra affatto forte! Dorme tutto il
giorno, non mangia carne né pesce, ma solamente zuppa di riso… qualche
volta beve un po’ di sake. Non ha mai preso un solo topo: tutti lo
temono e non osano avvicinarsi a lui. Un giorno è entrato in una casa
piena di topi. Tutti sono fuggiti via terrorizzati. Avrebbe potuto
cacciarli anche dormendo. Questo gatto grigio è veramente molto
misterioso. Tu devi diventare come lui, essere al di là di te stesso, di
tutto».

Marco “Cosimo” D’Amico Sensei a Pordenone.

Nei giorni 5 e 6 Marzo prossimi sarà ospite sul nostro tatami per condurre uno stage il maestro Marco D’Amico 3° dan Aikikai Hombu, responsabile del Dojo Kikai di Roma

Marco è uno dei pochi insegnanti fedeli alla linea didattica del M° Fujimoto, lo stage sarà un’occasione per rivedere il modo di praticare che ci è familiare in un’ottica interpretativa diversa, mantenendo la sostanza invariata e mutando quello che è l’approccio dialettico, portando alla luce che l’aikido è un bene comune ma a seconda della chiave di lettura assume aspetti diversi, riportando interesse nella pratica delle basi senza dover cercare a forza la ricetta “esotica” per stimolare l’appetito aikidoistico.

Nell’attesa eccovi la locandina:

E se siete curiosi di vedere che faccia ha beccatevi sto video:

Se dopo cotanto spettacolo siete ancora dell’idea di unirvi a noi siete i benvenuti.

Dojo aperto

Domenica 7 Novembre 2010, scrivo la data perchè gli articoli durano nel tempo, abbiamo avuto graditi ospiti i genitori ed i fratelli/sorelle dei bambini che frequentano i due corsi attivi a Pordenone  unitamente a un manipolo di curiosi, amici dei nostri aikidoka, fortunatamente il tatami è abbastanza capiente e tutti hanno praticato senza incidenti anche se non ci sarebbe entrato più nessuno.

Spero che l’occasione sia risultata gradita a tutti, un’ora e mezza di lezione ci ha permesso di provare e mettere in pratica ben quattro tecniche diverse, certo non ci saranno stati grandi risultati ma credo che comunque la soddisfazione sia stata comune, almeno lo è stata per me che ho diretto la lezione.

Lo scopo di queste iniziative è primariamente quello di far vivere ai genitori che ci affidano i pargoli  l’esperienza dell’aikido dal di dentro.

Secondario ma non meno utile è il fatto che il curioso medio ha meno paura di provare a varcare la soglia del dojo in una situazione dove si è sicuramente mimetici e l’open day è l’ideale per i timidi.

Far provare a persone che non avrebbero l’intenzione di iscriversi ai corsi potrebbe sembrare una perdita di tempo ma proprio queste persone ci aiutano a smitizzare l’aikido e renderlo più potabile.

Dobbiamo continuare a cercare di aprire, non solo in senso metaforico, i dojo per poter far passare il messaggio di un’arte marziale sana ed ancora pulita, priva di tutto quello che di negativo lo sport si trascina dietro anche nei più piccoli dojo di provincia.

Da parte nostra siamo sicuri che l’offerta qualitativa (su quella quantitativa è superfluo scrivere, basta andare a vedere gli orari delle lezioni) è ai vertici in regione, sia per la preparazione degli insegnanti che per la disponibilità dei sempai ad accogliere chi si avvicina all’aikido.

Valutate quindi, prima di fare il grande passo, dove e a chi state andando a consegnare i vostri soldi, il tempo ed il vostro corpo se non quello dei vostri bimbi, perchè ci sono molte offerte e molti modi di fare aikido, spesso chi vende “l’originale aikido di Ueshiba” è messo lì ad insegnare per ragioni politiche care alle grandi associazioni senza neanche avere un grado ed un’esperienza necessari ad affrontare i problemi che un “maestro” deve risolvere quotidianamente.

Meditate gente, meditate e arrivederci al prossimo open day.

Decimo stage del M° Fujimoto a Pordenone

Sabato 24 e domenica 25 Aprile circa 100 aikidoka provenienti da tutta Italia sono saliti sul tatami a Pordenone in compagnia del M° Fujimoto, uno stage memorabile per l’intensità e la volontà di partecipare di tutti i presenti.

A nome mio e di tutti i miei allievi un doveroso ringraziamento al Maestro ed a tutti quanti sono intervenuti allo stage.

A parte devo ringraziare tutti quelli che hanno partecipato all’organizzazione, logistica, rinfresco, cena sociale, servizio taxi e quant’altro, grazie di cuore, anche se magari l’importanza del gesto per ora vi sfugge.

Fabrizio Bottacin, resposabile del Dojo “Aikikai Pordenone”.

Hakama o ruota di pavone?

Leggendo un testo del M° Saotome mi sono reso conto di quanto sia attraente e fuorviante l’utilizzo dell’hakama nella pratica dell’aikido.

Tentando di spiegarmi meglio vorrei attirare l’attenzione su quello che è l’hakama per i non praticanti: spesso le persone ci guardano come dei pazzi o degli esibizionisti senza identificare cosa indossiamo, altri riconoscono qualcosa che hanno visto nei cartoon giapponesi senza però individuare se si tratta di abito, gonna, pantalone o chissachè.

Solo alcuni riconoscono nell’hakama l’abito tipico del kendo,  iaido, aikido, ecc. Queste persone forse vedono nell’ostinarci a portare questo vetusto tipo di pantaloni un modo per mantenere una tradizione anche estetica nella pratica.

Forse comprendono che c’è uno spazio nel mondo marziale che non è solo combattimento, ma anche crescita e studio di un qualcosa che travalica il mero scontro tra contendenti.

E’ opportuno fare conoscere il senso di rispetto che si deve portare nel vestire l’hakama, lo stesso tipo di hakama che vestono i più grandi maestri e l’ultimo yudansha dell’ultimo dojo di fancazzisti.

Questo senso di rispetto che troppo spesso viene a mancare proprio da parte nostra, da noi che aneliamo la cintura nera come momento per poter mettere finalmente i larghi pantaloni  indaco.

Noi che ci pavoneggiamo di essere nella cerchia di coloro che sanno, e possono quindi, gli eletti yudansha che tragicamente perdono il senso del rispetto delle virtù che l’indossare l’hakama comporta usandola come uno status symbol da esibire in dojo o agli stage.

Che sia il motivo che spinge all’abbandono della pratica tanti neo shodan?

Che sia perchè si sono accorti che alla fine sono solo pantaloni larghi e che la mancanza di un valore dipende da chi li porta?

Sarebbe bello che la risposta esatta fosse la seconda, almeno ci sarebbe stato un momento introspettivo, ma, i pavoni hanno momenti introspettivi?

O sono troppo impegnati a tessere legami superficiali?

Per conto mio, lungi da essere esente da queste tentazioni, ho deciso di cercare di porre rimedio alla cosa facendo perdere quest’aura di santità all’hakama, decidendo di spostare verso il basso il limite minimo necessario per poter indossare in dojo l’oscuro oggetto del desiderio.

In questo modo si viene in contatto con la realtà del valore dell’hakama, una realtà fatta di pazienza verso chi sa meno di noi e senso del dovere nei confronti del dojo.

Senza i quali verrebbero a mancare gli strumenti necessari per costruire una strada che ci porti verso un’esistenza  migliore.

Funziona? Basterà?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Aikido Girl

Pur rappresentando un’estremizzazione questo filmato mette in luce il fatto che anche i piccoli sono in grado di fare il nostro stesso aikido senza per forza dover praticare una forma storpiata, spesso trattiamo i bimbi come degli stupidini da far giocare con il risultato di finire a fare la baby sitter e non gli insegnanti di una cosa che i ns. giovanissi allievi, (futuri adulti allievi/insegnanti), apprendono con naturalezza grazie al fatto che ci si applicano senza “filtri”.

Donne e Aikido

Vagando per i siti dei vari Dojo in Italia mi sono imbattuto in un articolo che avrei voluto fosse stato scritto da una mia allieva, non per potermi vantare di ciò ma perchè è quello che ogni insegnante vorrebbe fosse il pensiero delle proprie allieve e dei propri allievi maschi in un certo senso.

“Esco che è buio già da un pezzo, la maggior parte delle luci delle case è già accesa, quella degli uffici è già spenta. Ci sono poche macchine in giro, vagano lente come se non sapessero bene dove portare il loro passeggero, oppure spedite e scattose, guidate da qualcuno che non vede l’ora di arrivare da qualche parte.

Io sono a piedi, e poichè ho mancato il mio appuntamento con il tatami non ho nessuna fretta di arrivare, anzi.

Dentro di me comincio a considerare l’ipotesi di andare, camminare, fino a casa. Certo, non sono esattamente due passi, ma potrei comunque immaginare che sia una forma di “allenamento mentale”. Non so perchè penso queste cose, ma mentre l’altra mia vocina (che in realtà non è nemmeno mia ma appartiene a mia nonna-mamma-amica-ecc.) mi dice atterrita che “a quest’ora di sera non è una bella cosa per una ragazza andare in giro da sola”, continuo a mettere un passo dietro l’altro, e non mi assale nessun senso di angoscia, vulnerabilità, smarrimento.

Diciamoci la verità, nuda e cruda, a noi donne insegnano ad avere paura fin da quando nasciamo. Lo fanno tutti, chi a fin di bene, chi per il proprio tornaconto, ma lo fanno tutti. Tutti i personaggi che fanno paura da piccoli sono maschili: l’orco, l’uomo nero (tralasciando inoltre le questioni razziali!!), la quasi totalità dei serial killer idem. La nostra società è ancora prettamente maschilista, vuole che la donna tema l’uomo ma al contempo vuole che ci costruisca una famiglia. C’è qualcosa di profondamente distorto in questo, secondo me.

Purtroppo è un fatto che le donne subiscono nel mondo molte più vessazioni rispetto agli uomini, ma quanta di questa violenza è generata da un’irresponsabilità vera (se mai possa considerarsi una colpa) della vittima e quanta dalla ormai millenaria convinzione che le donne debbano in qualche modo sentirsi sottomesse? Che sia comunque quello il loro ruolo?

Vogliamo ancora accettare che se un marito violenta la propria moglie il fatto non costituisce reato?

Il quesito successivo è chiedersi cosa può fare una donna, per non avere paura.

Non credo che siano le mie armi tenute su una spalla a farmi sentire sicura di me. Dubito che avrei la freddezza necessaria per usarle come si deve. Non nascondiamoci dietro ad un dito, l’aikido non lo pratichi per andare a pestarti per le strade, o per difenderti da un tentativo di stupro. Se cerchi quello fai altro. L’aikido ti serve piuttosto per “pestare”, o meglio testare, te stesso. La forma mentis che ti dà è molto molto di più del pensare che potresti spezzare le ossa a qualcuno. É una trasformazione del pensiero, delle tue capacità valutative. Sviluppato bene, secondo me è l’arte di evitare certe situazioni, di intuire che possono essere pericolose, di capire com’è la persona che hai davanti, quando è il momento di agire e quando è decisamente meglio quello che i giapponesi chiamano wu-wei, il non agire.

Noi occidentali siamo da sempre portati a credere che chi non agisce è un vigliacco.

Quando ci fermiamo, o perlomeno rallentiamo un po’, ci rendiamo conto di quello che ci circonda, vediamo la faccia di chi ci viene incontro, possiamo persino stare attenti ai dettagli, e quindi essere più preparati di fronte ad un pericolo. Questo secondo me è basilare, ancora di più quando si tratta di noi donne. È ormai appurato che la maggior parte delle violenze sulle donne vengono perpetuate da persone vicine alle vittime stesse. Ogni volta noi ci poniamo sempre la stessa domanda: “possibile che non se ne sia accorto nessuno?”. Possibile. Perchè talvolta non si può, talvolta non si vuole, vedere, ma attenzione che sono due lati di una stessa medaglia. Che la cecità sia psichica o fisica a questo punto non fa differenza, il sunto è che non si vede. Non si vede perchè si ha fretta, non si vede perchè non si è attenti o perchè si è attenti ad altro.

Nel nostro dojo il maestro è attento, i praticanti sono attenti.

Nel nostro dojo ci sono molte donne che praticano.

Nel nostro dojo le donne sono considerate quanto gli uomini, e non perchè qualcuno ci racconta che “nell’aikido non ci sono distinzioni di sesso, che tu sia maschio o femmina è uguale”.

Le distinzioni esistono.

Non siamo tutti uguali, pertanto sarebbe illogico pensare che quello che va bene per uno vada bene per tutti. Ci sono differenze fisiche, caratteriali, cognitive. Quello che ci unisce tutti è il rispetto reciproco, la consapevolezza che le nostre differenze non costituiscono un impaccio alla nostra crescita, anzi. Quanto più ci troviamo costretti a combattere contro i nostri demoni (il pregiudizio, la presunzione, la superbia, l’arroganza, l’egocentrismo e i loro mille fratelli), tanto più miglioriamo noi stessi e il nostro aikido. Tanto più acquistiamo fiducia nelle nostre capacità, tanto più ci sentiamo sicuri nel lavoro, in famiglia, per la strada. Si dice che Ueshiba potesse risolvere le sue situazioni conflittuali solo con uno sguardo. È una cosa che almeno in parte abbiamo sperimentato tutti: quando noi per primi siamo convinti di qualcosa, gli altri hanno più difficoltà a contestarla. Se tentenniamo saremo facile preda degli arroganti.

Lo so, se fossi nata una ventina d’anni prima sarei andata a bruciare reggiseni nelle piazze, ora per fortuna questo non serve più, e anche se talvolta le donne hanno dovuto arrivare all’eccesso, penso che allora fosse l’unico metodo possibile.
Ora però non ne abbiamo più bisogno. Ora possiamo fare qualunque cosa, e fra le tante possiamo calcare un tatami con uomini che indossano… la gonna!… cosa si può chiedere di più?

Calchiamolo allora, questo suolo su cui ogni caduta, ogni tecnica, ogni proiezione, ogni kata è una conquista, un mattoncino in più sulla via della propria forza, della propria consapevolezza, dell’amore per se stessi e per gli altri.”

Alcune personali riflessioni, e domande…

Girando per il web e parlando con la gente ho spesso la sensazione di non essere “inserito” correttamente nel mondo delle arti marziali.

Questa sensazione deriva dal fatto che molte persone che mi vengono nominate non le conosco, che il tal maestro e il tal altro istruttore sono per me dei perfetti sconosciuti pur essendo essi almeno campioni di categoria nella loro specialità e profondi conoscitori di tutta una serie di altre arti marziali.

Suscita molta curiosità nei miei interlocutori il fatto che io non abbia la benchè minima conoscenza di questi soggetti, spesso sono vicini di casa, che nel loro campo appaiono come dei mostri di bravura o di saggezza ad allievi e conoscenti.

Devo confessare che anch’io mi chiedo se sia possibile vivere nello stesso ambiente e non incrociarsi mai, per la verità la domanda dura poco, ne ho sempre di nuove e più interessanti.

Rimane però la curiosità ed essendo per mia natura un’affamato di conoscenza cerco puntualmente di saperne di più.

Di solito la ricerca comincia verbalmente da chi mi nomina per la prima volta il presunto maestro che abitualmente esorta così:_ “devi conoscerlo per forza fa aikido, ma anche jujitsujujutsukempodaitoescrimakalithaykaratejudosumosambocapoeira,talvolta mette i dischi al calcinculo della sagra della parrocchia e, come il brigadiere Pasquale Zagaria ama la mamma e la polizia! Come? Non lo conosci? E’ bravissimo, fa arti marzianE da quando era bambino!”.

Premetto una cosa, se faccio l’insegnante,( e NON il maestro o l’istruttore) di aikido è per caso, e soprattutto per poter praticare aikido, cosa che di suo mi impegna totalmente.
Se faccio aikido forse confino con quel mondo di tizi discutibili che è il mondo marziale, lungi da me voler sconfinare, non credo mi basterà tutta la vita per conoscere a sufficienza l’aikido, figuriamoci se ho il tempo di gironzolare a raccogliere nozioni enciclopediche di mille altre discipline o sport.

Ma continuiamo con le ricerche, quale posto migliore della rete per poter farsi un quadro della situazione?
Tutti si fanno un sito in internet, ne state leggendo uno, quindi niente di più facile.

Ecco che mi si apre un mondo, nomi altisonanti o aggressivi, grafiche degne di videogames, loghi fiammeggianti, links a scuole per corpi speciali e video dimostrativi di tecniche di soppressione rapida usate nei reparti speciali dei più temuti eserciti del pianeta. Serie di immagini del titolare dei corsi in pose che neanche Karate kid avrebbe il coraggio di proporre per la palese quanto plastica inutilità.
Gallerie fotografiche dove si documenta la presenza a manifestazioni interdisciplinari internazionali corredate dalle rituali foto a fianco dei vari maestri in posa “Benitica”, (per la verità spesso i maestri sono in posa “Benitica invertita”, cioè con una vistosa panza sporgente molto poco marziale).

Ma come si può nel terzo millennio continuare a prendere in giro la gente così?
Oppure la gente vuole avere a che fare con questi eterni adolescenti con il mito del supermachofurlàn?

Fare le persone serie e pensare al benessere a tutto tondo dei propri studenti, ad una loro crescita individuale e di gruppo serve a qualcosa o basta battersi forte il petto come dei gorilla per essere credibili?

Con queste domande a cui non so rispondere vi lascio in attesa di un’illuminazione.

FTE.

Ferale notizia

Di seguito riportiamo non senza commozione il testo di una mail giuntaci questa mattina da Tokyo:

“I veri Aikidoka giapponesi, piangenti il declino morale e fisico dell’Aikido giapponese e mondiale, annunciano disperati che Angelo Volpi ha sostenuto con successo l’esame di 2o Dan.”

Non fiori ma opere di bene.

rimg0819

La vittima  in compagnia della devota consorte.