Hakama o ruota di pavone?

Leggendo un testo del M° Saotome mi sono reso conto di quanto sia attraente e fuorviante l’utilizzo dell’hakama nella pratica dell’aikido.

Tentando di spiegarmi meglio vorrei attirare l’attenzione su quello che è l’hakama per i non praticanti: spesso le persone ci guardano come dei pazzi o degli esibizionisti senza identificare cosa indossiamo, altri riconoscono qualcosa che hanno visto nei cartoon giapponesi senza però individuare se si tratta di abito, gonna, pantalone o chissachè.

Solo alcuni riconoscono nell’hakama l’abito tipico del kendo,  iaido, aikido, ecc. Queste persone forse vedono nell’ostinarci a portare questo vetusto tipo di pantaloni un modo per mantenere una tradizione anche estetica nella pratica.

Forse comprendono che c’è uno spazio nel mondo marziale che non è solo combattimento, ma anche crescita e studio di un qualcosa che travalica il mero scontro tra contendenti.

E’ opportuno fare conoscere il senso di rispetto che si deve portare nel vestire l’hakama, lo stesso tipo di hakama che vestono i più grandi maestri e l’ultimo yudansha dell’ultimo dojo di fancazzisti.

Questo senso di rispetto che troppo spesso viene a mancare proprio da parte nostra, da noi che aneliamo la cintura nera come momento per poter mettere finalmente i larghi pantaloni  indaco.

Noi che ci pavoneggiamo di essere nella cerchia di coloro che sanno, e possono quindi, gli eletti yudansha che tragicamente perdono il senso del rispetto delle virtù che l’indossare l’hakama comporta usandola come uno status symbol da esibire in dojo o agli stage.

Che sia il motivo che spinge all’abbandono della pratica tanti neo shodan?

Che sia perchè si sono accorti che alla fine sono solo pantaloni larghi e che la mancanza di un valore dipende da chi li porta?

Sarebbe bello che la risposta esatta fosse la seconda, almeno ci sarebbe stato un momento introspettivo, ma, i pavoni hanno momenti introspettivi?

O sono troppo impegnati a tessere legami superficiali?

Per conto mio, lungi da essere esente da queste tentazioni, ho deciso di cercare di porre rimedio alla cosa facendo perdere quest’aura di santità all’hakama, decidendo di spostare verso il basso il limite minimo necessario per poter indossare in dojo l’oscuro oggetto del desiderio.

In questo modo si viene in contatto con la realtà del valore dell’hakama, una realtà fatta di pazienza verso chi sa meno di noi e senso del dovere nei confronti del dojo.

Senza i quali verrebbero a mancare gli strumenti necessari per costruire una strada che ci porti verso un’esistenza  migliore.

Funziona? Basterà?

Ai posteri l’ardua sentenza.

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